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Pubblicato il 29 Ottobre, 2026

Qualche tempo fa, un collega ha descritto così l’Accordo Stato-Regioni sulla formazione, e credo sia una frase azzeccatissima. Non si può pretendere la perfezione in un contesto che non lo è.

L’accordo è teoricamente affascinante nella sua perfezione e dice cose giuste: ogni lavoratore va formato per i rischi specifici della sua mansione prima di esservi esposto. Ma qual è la realtà? C’è una distanza enorme tra la teoria scritta da professori universitari o giuristi e la pratica di chi deve organizzare i corsi per aziende reali.

Ecco 5 criticità che le aziende affrontano ogni giorno:

🔹 Tempistiche incompatibili: Le aziende non hanno tempo a disposizione. Quando si assume, serve una formazione immediata e i famosi 60 giorni di ritardo concesso non sono mai esistiti di fatto.
🔹 Costi e rigidità logistica: Se a ogni mansione corrisponde uno specifico corso, una grande azienda dovrebbe erogarne decine di tipi diversi. Assumere lavoratori con ruoli diversi nella stessa settimana, o in siti diversi, impedisce di aggregarli. Questo genera un aumento sproporzionato dei costi e un’enorme complessità organizzativa.
🔹 Difficoltà nel reperire i dati: L’azienda deve fornire al progettista tutte le informazioni sui rischi, le procedure e le sostanze pericolose, differenziate persino per singolo sito. Nella realtà, anche le aziende più blasonate, organizzate e certificate faticano a fornire queste informazioni in tempi rapidi e organizzati.
🔹 Gestione dei docenti: Nelle grandi realtà i corsi sono molti e coinvolgono più docenti, richiedendo un controllo serrato affinché tutti applichino le specifiche del progetto.
🔹 Burocrazia senza utilità: Si aggiunge l’ulteriore onere delle leggi regionali (come in Lombardia) che impongono l’uso di portali per finalità di controllo. Un onere che non ha alcuna utilità prevenzionale, poiché controlla società già accreditate anziché colpire chi stampa attestati falsi.

Qual è la via d’uscita? 💡

Sicuramente c’è spazio per migliorare il modo di progettare i corsi. A mio avviso, la formula vincente è un mix tra docenti interni ed esterni. Le questioni iper-specifiche difficilmente sono note agli esterni, che però a livello didattico possono risultare più efficaci.

In sintesi, servirà un compromesso: aggregare mansioni diverse che presentano rischi simili. Formare i lavoratori anche su rischi non strettamente legati al loro ruolo è l’unico modo per avere aule di dimensioni minime accettabili.

Voi come gestite questa complessità nelle vostre realtà? Avete trovato il vostro “compromesso perfetto”? Parliamone nei commenti! 👇

 

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