Lavoro in solitudine e smartphone: affidare la vita a una app | Lisa Servizi

Pubblicato il 19 Settembre 2019

Smartphone e lavoro in solitudine: affideresti la tua vita a una app?

L’uso dello smartphone fa parte ormai della quotidianità di ognuno di noi. Non solo con le telefonate e i social, ma anche attraverso una serie di applicazioni utili con le quali ci semplifichiamo la vita e il lavoro. La percezione comune è che con l’applicazione giusta e di qualità (ossia la cui recensione media sia di 4 stelle o più) si possa fare di tutto.

Ma è davvero così? E soprattutto, in ambito di sicurezza sul lavoro lo smartphone può essere considerato uno strumento affidabile?

Facciamo anzitutto una riflessione su quelle applicazioni che promettono di effettuare misurazioni precise di rumore, vibrazioni, illuminazione fino ad arrivare a radiazioni ottiche e campi elettromagnetici.

Può sembrare superfluo, ma preme sottolineare che un telefono non è lo strumento adatto alla misurazione precisa di queste e tante altre grandezze. Certo, le app permettono di ottenere dei numeri, magari mostrati attraverso diagrammi graficamente accattivanti, ma è importante ribadire che il loro uso per questi scopi rimane puramente amatoriale, un piacevole sfoggio della nostra nuova periferica tecnologica e nulla più.

Smartphone e lavoro in solitudine

Ma per passare a un ambito ancor più delicato, prendiamo il caso dell’uso degli smartphone in particolari condizioni di pericolo mortale: il lavoro in solitudine.

In queste situazioni di solito i lavoratori vengono dotati di speciali dispositivi, detti “Uomo a terra” o “Uomo in piedi”, che in caso di perdita di conoscenza del lavoratore (e conseguentemente della sua posizione verticale) sono in grado di lanciare un allarme per comandare l’intervento di soccorso.

Ciò che spesso ci si chiede è se questi dispositivi possano essere sostituiti da una app realizzata ad hoc installata nello smartphone del lavoratore.

La risposta è ancora una volta no. L’affidabilità di questo sistema dipende infatti da più variabili che all’occorrenza potrebbero incepparsi: non solo l’applicazione, ma anche il sistema hardware del telefono, il software (Android, IOS o Windows Mobile) che lo fa funzionare, la rete GPS...

E per spingerci oltre nella nostra riflessione, nel malcapitato caso di un lavoratore morto durante il lavoro in solitudine a causa di segnale di allarme non avvenuto per problemi software, di chi sarebbe la responsabilità giuridica? Dello sviluppatore della app, del costruttore dello smartphone o dello sviluppatore del sistema operativo… o del datore di lavoro?

La risposta è facile e risiede nei termini di fornitura del software o dell’hardware, che però spesso vengono accettati velocemente ma non adeguatamente letti.
In quei termini è sempre rintracciabile una frase molto simile a questa:

Il software sul dispositivo (incluse le app) viene concesso in licenza “com’è”. Nella misura massima consentita dalle leggi locali l’intero rischio relativo alla qualità e alle prestazioni del software è a carico dell’utilizzatore….
Tranne nei casi espressamente definiti nei presenti termini o nei termini aggiuntivi, né lo sviluppatore né i suoi fornitori o distributori rilasciano specifiche garanzie in relazione ai servizi. Ad esempio, non rilasciamo alcuna garanzia sui contenuti nei servizi, sulla specifica funzione dei servizi e sulla loro affidabilità, disponibilità o capacità di soddisfare le esigenze dell’utente. I servizi sono forniti «così come sono».


E’ facile quindi capire che nel momento in cui i termini sono accettati tutta la responsabilità ricade sull’utente, in questo caso quindi sul lavoratore o sul datore di lavoro che ha fornito l’apparecchio.

Queste considerazioni non devono essere lette come una critica o una condanna dei dispositivi mobili, ma vogliono far nascere una discussione e una riflessione, che sicuramente è meglio fare prima piuttosto che quando ormai sia troppo tardi.

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