231/01: Una prova di maturità

Pubblicato il 05 Febbraio 2013

Il decreto legislativo riguardante la responsabilità amministrativa delle persone giuridiche in ordine ai reati di tipo “penale”, non ha ormai solo raggiunto una evidente “notorietà” nel mondo imprenditoriale, frutto, come più volte abbiamo osservato, del suo perimetro di competenza, costituito dalle circa duecento fattispecie di reato in esso contemplate. Ha infatti anche “guadagnato” una certa maturità, grazie alle esperienze giurisprudenziali accumulatesi dal 2001 ad oggi.

Sono infatti le sentenze applicative del decreto che hanno contribuito a spiegarne meglio i suoi “contorni”, chiarendone i dubbi che sempre porta con sé la stesura normativa del legislatore, per forza di cose, in occasione di nuove regole, ancora lontana dalle problematiche concrete.

Non ripercorrerò in questa sede la “strada” della presentazione e dell’analisi delle principali sentenze registrate negli ultimi anni, quanto piuttosto riassumerò le deduzioni che, da esse ricavate, costituiscono oggi consolidata interpretazione.

Si è infatti oggi dotati di alcuni “punti fermi”, che aiutano indubbiamente l’imprenditore a comprendere meglio il senso della norma e, soprattutto, a definire con maggiore perizia il proprio modello organizzativo; questo è infatti certamente “funzione” della specificità aziendale cui si riferisce, ma anche in buona misura, dei requisiti e degli effetti che si vuole conseguire in ordine alla sua efficacia “esimente”.

Un primo punto fermo è senza dubbio costituito dalla giusta considerazione che l’implementazione di un modello organizzativo in assenza di “giudizi pendenti” ottiene. La legge infatti ha creato non poca confusione nello stabilire inizialmente precise attenuanti nei confronti dell’imprenditore che, successivamente al compimento di un reato, adotta un modello organizzativo conforme ai requisiti legislativi. I primi anni di applicazione hanno infatti convinto la maggior parte degli operatori che fosse sufficiente e giustificato “chiudere la stalla anche dopo che i buoi erano fuggiti”.

La magistratura, in alcune note occasioni, ha chiarito invece il proprio pensiero: adottare un modello organizzativo in epoca “non sospetta” già costituisce una prova a favore della valutazione di merito da esprimere in occasione di un accadimento penalmente rilevante. In questo senso il decreto ha trovato “ulteriore linfa” per la crescita della sua applicazione aziendale. Il numero delle imprese che hanno deciso di adeguare il proprio modello organizzativo ai requisiti del decreto “231” è sempre più costituito da persone giuridiche non coinvolte in reati penali od in procedimenti della specie già in corso.

Un secondo punto fermo è quello riferito alla dimensione aziendale: sotto più aspetti. Un primo aspetto riguarda l’applicazione nei gruppi societari: è ormai accolto il criterio che un gruppo societario contraddistinto da partecipazioni di tipo “strategico” e non solo finanziario, non possa prescindere dal riconoscimento di una responsabilità amministrativa diffusa al suo interno e che quindi poco senso abbia dotare di modello organizzativo una società partecipata, trascurando invece la “holding”.

 Altresì è apparso di buon senso richiedere l’applicazione dei modelli solo in contesti organizzativi articolati, escludendo il piccolo imprenditore e l’impresa minima, dove la stessa presenza dell’Organismo di Vigilanza può assumere forme semplificative o dove la titolarità individuale dell’impresa esclude situazioni di separazione tra responsabilità personale dell’imprenditore e responsabilità amministrativa dell’impresa.

Si tratta evidentemente di criteri che, nell’ambito implementativo, danno significativi contributi alla definizione formale da dare al proprio modello organizzativo anche in situazioni intermedie tra quelle appena indicate, a beneficio di una applicazione del decreto “231” che porti con sé, oltre alle indicazioni fornite dalle numerose e diverse linee guida disponibili, anche il salutare criterio del “buon senso”.

Sembra infine chiarito, con un ultimo punto fermo degno di nota, l’aspetto che riguarda il cosiddetto “accanimento persecutorio” legato a certe ipotesi di reato che ancora si discute se includere o meno nel perimetro delle fattispecie comprese dal decreto “231”.

Mi riferisco in questo caso non a precise sentenze con cui la magistratura si è espressa sul tema, ma piuttosto alla evidenza dei fatti resisi a tutt’oggi disponibili, in ordine alla mancata inclusione in detto “perimetro 231” dei reati tributari; e ciò per valutazioni formulatesi in giudizi comunque di pertinenza del magistrato, pur se espressi in sedi di diversa natura.

Le opinioni in questione ormai quindi convergono su un punto: il reato tributario è perseguito a termini di legge attraverso figure specifiche, quali quelle della normativa speciale tributaria, dotata di strumenti sanzionatori che coinvolgono comunque l’ente dotato di personalità giuridica, anche con livelli significativi di efficacia.

La stessa “confisca” rientra tra questi.

Mettere “in gioco” i meccanismi del decreto “231” avrebbe peraltro l’effetto di diminuire la portata di tali strumenti sanzionatori, in occasione appunto delle previsioni di esenzione cui la riconoscibile efficacia dei modello organizzativi può dare corso.

Va sottolineato che in un’epoca come l’attuale, avvertendosi da più parti l’esigenza in ambito fiscale di intensificare la lotta all’evasione e l’efficacia deterrente di tipo sanzionatorio, non sembra proprio una scelta adatta quella di introdurre ipotesi di limitazione della responsabilità, ancorché di tipo amministrativo; e ciò, questa volta, per buona pace anche degli Organismi di Vigilanza.



 
 

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